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3 settembre 2009 / lucioulian

10 – Albania, “rinascita” dei partiti…

 

 

 

 

 

 
  
 
 
     Terzo capitolo, seconda parte:
 

3.3 I vecchi democratici di Berisha: tra democrazia e populismo

 

Iniziamo questo paragrafo con l’analisi del discorso breve, anche se completo, che lo storico leader del Partito Democratico, Sali Berisha, teneva di fronte agli studenti in occasione della creazione del partito il 12 febbraio 1990.

 

Il pluralismo politico è arrivato a noi come un imperativo storico del tempo entusiasmando molti albanesi. Esso segna una conquista molto importante nello sviluppo della democrazia del nostro paese e pone l’Albania tra gli stati democratici dell’Europa, aiutando l’integrazione del paese nei processi evolutivi contemporanei.

 

Questa notizia è una grande gioia in questo inverno pieno di freddo, pressione e terrore che vivono i nostri fratelli del Kosovo, ma lo è altrettanto per tutta la diaspora albanese piena di nostalgia e affetto per la propria patria. Gli albanesi ovunque sono hanno un tempio, ed è l’Albania, l’Albania democratica.

 

Personalmente ho difeso l’idea del pluralismo politico avendo la convinzione e la speranza che le religioni diverse, i partiti diversi non solo non dividono la nostra nazione, ma al contrario, esse non faranno altro che arricchire la nostra filosofia, cultura e il grande buono spirito che abbiamo.

 

Siamo tutti qua assieme contenti anche per un altro fatto: gli albanesi hanno mostrato al mondo civilizzato la loro grande maturità politica, hanno mostrato che tramite il dialogo essi sano prendere decisioni importanti.

 

Per tutto questo grande riconoscimento va al nostro presidente Ramiz Alia, il quale ha guidato con la stesso coraggio e maturità sia la guerra contro i nazifascisti per la liberazione sia la lotta che ha portato l’Albania sulla via della democratizzazione.

 

Il nostro riconoscimento va naturalmente anche a tutti i giovani che con tanto coraggio e maturità si sono trasformati in protagonisti di questo dialogo storico dimostrando così che sappiamo stare sempre giusti di fronte alla storia. La gioventù ha sempre avuto un ruolo importantissimo nella storia del paese. È stata lei a realizzare sogni e grandi aspirazioni, cercando si andare sempre avanti, sempre in meglio.

 

Dirigendomi verso la fine, v’invito tutti a inneggiare assieme: “Viva la gioventù!”. Come amico del Partito Democratico che sono e spero di rimanere tale, voglio augurare a essa tanti successi nel suo lavoro per il bene degli albanesi e il progresso della nazione.

 

E adesso permettetemi di leggervi un messaggio che ci è stato mandato due giorni fa dagli operai del combinato tessile: «Voi siete figli e figlie nostre, come voi volete bene a noi, noi ne vogliamo a voi. Avete intrapreso una grande azione, con maturità avete posto delle giuste richieste al presidente Alia. Vogliamo anche noi esprimere una richiesta: tenete la calma! Non intraprendete azioni che possono spargere sangue. L’Albania ne ha versato fin troppo. Nessun albanese dev’essere sacrificato. Le vostre richieste devono essere risolte solo tramite il dialogo. Questo è amaneti del nostro popolo. Viva il popolo».[37]

 

 

Il discorso di Berisha è caratterizzato da tipici lineamenti dello stile del realismo socialista. Se dovessimo decontestualizzarlo non riusciremo a notare alcuna differenza tra il discorso di  quello che sarebbe diventato il leader del primo e più importante partito d’opposizione da quello di un qualsiasi “normale” comunista. I riferimenti continui alla nazione, alla gioventù e i ringraziamenti che vanno al presidente sono elementi molto familiari per l’uditore albanese di quegli anni. Berisha non sarebbe rimasto un semplice amico del partito, come prometteva, ma ne sarebbe diventato in poco tempo proprietario e padrone assoluto. Grazie alla sua posizione all’interno del partito, si sarebbe trasformato durante tutto questo periodo nell’uomo il cui nome rimarrà legato per sempre alla transizione albanese. Berisha è stato per un mandato e mezzo presidente della repubblica, primo ministro, qual è in questo momento, e capo de facto e de jure del primo partito legale anticomunista del paese, dal dicembre 1990.

È molto interessante vedere l’interpretazione che il dottor Berisha faceva riguardo al suo ruolo all’interno del partito nel lontano 1990 e poi poter costatare, quasi due decenni dopo, quanto tale ruolo sia stato importante nella storia del paese, nel bene e nel male. Da quel Big Bang politico, sociale ed economico che causò il cambio di regime, venne fuori la maggior parte dei nomi che avrebbero dato forma alla storia albanese negli anni a venire. Tra tutti quei nomi probabilmente Berisha fu quello che poté assicurarsi la poltrona più importante.

Anche se continuava ancora a credere nel presidente Ramiz Alia e invitava le masse a inneggiarlo, anche se prima delle elezioni del marzo 1991 prometteva che sarebbe ritornato a mettersi la maglia bianca del medico, anche se tante volte è stato vicino al collasso politico, in apparenza senza via d’uscita, lui è riuscito a ritornare e a essere senza dubbi l’individuo più forte di tutta questa storia. Ecco perché la storia del Partito Democratico è fortemente legata a quella di Berisha[38]. In sua assenza, probabilmente, come nel caso del dittatore, non sappiamo come, ma le cose sarebbero andate diversamente.

In realtà non ci sono documenti ufficiali che rendono chiarezza degli accaduti precisi di quei mesi, oramai lontani, del 1990. Non si sa ancora quale sia stato il ruolo stesso dei comunisti nella caduta del regime, tanti sono i dubbi riguardo al fatto che si trattasse di una caduta pilotata dall’alto.

C’è ancora da chiarire quali furono i meccanismi che fecero sì che precisi individui venissero a capo di tale movimento e quale sia stato il ruolo delle strutture dell’ex-Sigurimi in tutta questa vicenda. Una vecchia testimonianza fa aumentare i dubbi. Nel suo libro di memorie, Ne vitin e shtatembedhjete”[39], Fatos Lubonja, a quei tempi prigioniero politico, ci dà una testimonianza molto interessante: «Verso la fine di agosto, qualcuno ci disse, durante l’ora d’aria, che a dicembre gli studenti avrebbero organizzato delle proteste e che i prigionieri politici sarebbero stati liberati». Quello che poteva sembrare come un pettegolezzo o sogno a occhi aperti di persone che da troppo tempo avevano perso la libertà, sembra in realtà essere tutt’altro. Se tale “informazione” era riuscita a penetrare fin dentro il regno del terrore, dietro alle tremende prigioni albanesi fatte di filo spinato, si può dedurre che probabilmente era da tempo proprietà delle persone che “elaboravano” l’informazione e la realtà. Misteri? Si tratta in realtà di una storia che per molti devono ancora rimanere segrete.

Tra i nomi che contribuirono alla formazione del Pd quello di Gramoz Pashko è considerato un altro nome importante. Nei primi anni della storia del Pd era secondo nella gerarchia del partito. Egli proveniva da una famiglia comunista ben conosciuta e molto vicina al clan degli Hoxha perciò, anche se si era espressamente dichiarato contrario al regime, in tanti non credevano ai suoi sentimenti democratici. Entrambi i genitori avevano ricoperto ruoli importanti nei governi del regime. Il padre Josif Pashko, tra i fondatori del Partito Comunista, aveva lavorato come viceprocuratore generale e viceministro degli Affari Interni. Anche se morto nel lontano 1963, molti albanesi non si erano dimenticati delle sue efferatezze durante i processi inscenati contro gli avversari politici. Approfittando dei tanti privilegi di cui godeva la nomenclatura comunista, Gramoz Pashko era tra i pochissimi che avevano potuto studiare e viaggiare all’estero. Entrato a far parte del Partito Comunista nell’aprile del 1990, proprio allorquando le basi del comunismo iniziavano a cedere, si è in seguito giustificato dicendosi convinto di poter aiutare il processo di democratizzazione dall’interno e che a quei tempi non credeva ancora possibile l’organizzazione di un’opposizione anticomunista. Pashko fece parte del piccolo gruppo di esperti che nella primavera del ‘90 Alia scelse per spiegare ai giornalisti stranieri la situazione politica albanese. Parlava un perfetto inglese, cosa che gli permise di instaurare rapporti stretti con i giornalisti stranieri e allontanarsi man mano dal regime comunista. Al di là della spietata critica che lui fece al regime, il giorno dopo che Kadare lasciò il paese, chiedendo asilo politico in Francia, gli albanesi continuavano a fidarsi poco delle parole di Pashko, considerato da molti come agente dei comunisti.

Man mano, dentro il Partito Democratico iniziarono i conflitti per la leadership tra tre gruppi diversi con a capo rispettivamente Berisha, Pashko e Hajdari[40]. Diversi membri del partito, preoccupati dal fatto, cercarono di spingere verso un compromesso. Durante la riunione tenuta tra l’8 e il 9 febbraio 1991 fu eletto capo del partito Aleksander Meksi, ma quest’ultimo non andava bene né agli uomini di Berisha né a quelli di Pashko. Fu eletto anche un comitato amministrativo composto da diciannove persone incaricate a dirigere il partito fino alla prima conferenza nazionale. I nuovi membri del comitato, Cela, Uka e Ceka erano sostenitori di Berisha che venne alla fine eletto capo del partito e Eduard Selami[41] segretario del comitato amministrativo.

Inizialmente il Pd aveva solo l’appoggio degli studenti, intellettuali e cittadini di Tirana. Di certo gli mancavano l’esperienza organizzativa e le fonti finanziarie, ma comunque esso riuscì velocemente ad attirare dietro di sé un gran numero di persone e divenne così in poco tempo il gruppo più importante dell’opposizione.

Il Partito Democratico organizzò manifestazioni in tutto il paese, durante le quali la gente si esprimeva con odio e rancore verso il regime comunista dando così voce a sentimenti che coltivavano da troppo tempo[42]. Il Pd chiedeva che le elezioni parlamentari, fissate per il 10 febbraio 1991 fossero rimandate, in modo tale che l’opposizione avesse il tempo di prepararle. Essa altrettanto chiedeva che fossero fatti dei cambiamenti nella legge elettorale, la quale era stata approvata nel novembre del 1990 prima che i partiti dell’opposizione fossero legittimati. Il Pd insisteva perché ci fosse una depoliticizzazione totale delle istituzioni statali, in particolar modo del Ministero della Difesa, degli Affari Interni e della Giustizia.

Nel suo programma il Pd si proponeva di lavorare per un’Albania totalmente integrata nei processi e strutture europee, con una stabile economia di libero mercato e libero movimento delle persone, merci e idee. Insomma Berisha proponeva agli albanesi di tagliare definitivamente i loro rapporti tragici con l’Est e realizzare le aspirazioni nazionali. Tutto questo poteva diventare possibile solo dentro il quadro dei processi europei e grazie a un dialogo con tutte le parti interessate.

Il Pd si presentava agli inizi come un’organizzazione anticomunista più che una forza politica specifica, per questo esso attirò a sé un gran numero di persone con interessi politici tra i più vari. I suoi membri erano ex-iscritti al Partito Comunista, altri che non avevano avuto mai a che fare con l’attività politica, quelli che erano rimasti fuori da Balli Kombetar e Legaliteti e perseguitati politici. Sin dall’inizio il Pd era visto come l’alternativa più reale al Partito Comunista. I membri più radicali del Pd, che volevano demolire prima possibile le strutture comuniste, rimasero però ben presto delusi dalle linee guida del partito che prevedevano una più lenta riforma del regime.

La paura del Pd di fare una guerra aperta al regime sarà ben rispecchiata in una intervista di Berisha a “Voice of America” agli inizi di gennaio 1991. Interpellato riguardo a Hoxha, Berisha non diede risposte esplicite, dicendo che l’ex-leader comunista era una “figura complessa” e che “sotto la guida di Hoxha l’Albania aveva fatto progressi innegabili, ma lui costruì un regime dittatoriale di cui fu il dittatore”. In tanti, tra cui anche il noto scrittore dissidente Kasem Trebeshina,[43] appena liberatosi dopo diciassette anni di prigionia, in un’intervista accusò l’opposizione perché paurosa di uscire apertamente contro il culto di Enver Hoxha, insistendo sul fatto che i dirigenti dell’opposizione non erano degli anticomunisti veri.

Come sopra sottolineato in quanto primo partito non comunista dal 1945, il Pd era un partito molto ampio che includeva diverse forze tra loro anche diverse: si trattava di una mega coalizione di gruppi con interessi diversissimi tra loro. Dopo la vittoria del Pd la situazione iniziò a degenerare tra coloro che stavano dalla parte di Berisha e l’altro polo considerato di sinistra di Pashko. Nacquero subito divergenze riguardo alla linea da tenere rispetto al passato e alle azioni di pulizia dei comunisti che riguardavano l’amministrazione pubblica in generale. I problemi però non finivano di certo qua. Altre discordanze c’erano anche sui dossier della polizia segreta ecc.. Il gruppo di Pashko era contrario a cambiamenti radicali nella burocrazia centrale o al processo degli ex-membri della nomenclatura. Oltre alle incomprensioni dovute a motivi politici, un ruolo non indifferente spettò alle inimicizie personali tra Berisha e Pashko iniziate con l’uscita del Pd dal governo di coalizione nel ‘91.

Il vero conflitto scoppio nel giugno del ‘92, quando Hajdari lasciò l’Albania all’improvviso per recarsi negli Stati Uniti. Tutto questo successe dopo che Hajdari aveva criticato le varie riforme intraprese che riguardavano alle forze armate. Probabilmente Hajdari voleva essere al centro dell’attenzione così come lo era stato due anni prima, nel dicembre del ‘90, quando si trovava a capo delle proteste organizzate dagli studenti, ma il suo allontanamento sembrava un segno di disperazione e, più che aumentare, influì negativamente sulla sua popolarità.

Il 25 giugno Pashko fu escluso dal gruppo parlamentare, ma non dal partito, Hajdari dopo un breve periodo di permanenza negli Usa fece rientro in Albania, ma il tutto non bastò a calmare le anime. Le liti all’interno del Pd aumentarono dopo le elezioni locali di luglio ‘92, visto il loro esito non molto positivo. Il Pd perse una parte dell’elettorato che aveva guadagnato durante le elezioni di marzo, quasi il 20%. Le pesanti riforme economiche intraprese avevano causato l’aumento dei prezzi dei generi alimentari causando non poco malcontento tra la popolazione.

Seguì in agosto una conferenza straordinaria del Pd, dove furono esclusi dal partito Gramoz Pashko, Arben Imami, Preç Zogaj e Arben Demeti e altri nomi meno importanti. Un po’ di mesi dopo essere stati silurati, il gruppo di sinistra del Pd formò il Partito dell’Alleanza democratica. A capo del partito fu eletto Neritan Ceka, ex-vice di Berisha nel Pd. La divisione non ebbe comunque effetti più di tanto gravi sul Pd anche perché Pashko e il suo gruppo non avevano la simpatia dei membri del partito. Escluso Teodor Keko, nessun altro deputato abbandonò il Pd per passare dall’altra parte.

La perdita di sei deputati fece sì che il Pd dipendesse dai suoi due piccoli partner della coalizione, il Partito Socialdemocratico e il Partito Repubblicano, per potersi assicurare i due terzi dei voti necessari per l’approvazione della nuova costituzione. Ma in tutto ciò socialdemocratici e repubblicani avevo iniziato a esprimere scontento e a pretendere maggiore rappresentazione al governo. E come se il tutto non bastasse, l’ala più conservatrice del Pd composta dagli ex-condannati politici spingeva per avere il prima possibile una totale pulizia degli elementi comunistici dalle istituzioni statali. La decomunizzazione immediata veniva vista da quest’ala come l’unica via per distaccarsi dal passato e guardare avanti. Berisha invece, per quanto oggi possa risultare strano, a quei tempi aveva una posizione alquanto moderata. I quegli anni sembrava non fosse sua intenzione neanche ordinare un processo contro l’ex-presidente Alia e neanche prendere misure severe contro gli alti ufficiali comunisti per non dare vita a una temuta “caccia alle streghe”, ma dall’altra parte in questo modo concesse a quelli che già nutrivano dubbi di pensare che Berisha avesse fatto degli accordi con i suoi predecessori. Berisha aveva però dichiarato, anche molto lucidamente, che non c’erano dubbi riguardo alle sofferenze che il regime comunista avesse procurato agli albanesi, ma che dall’altra parte bisognava ricordarsi che si trattava di “responsabilità condivise” per quanto riguardava il prolungamento nel tempo della dittatura. Per i perseguitati del regime, tuttavia, i conti del passato non andavano fatti di certo sotto il moto “passato dimenticato”, tutt’altro. Aldilà delle forti pressioni sembrava che il presidente Berisha non volesse, in effetti, un attacco frontale contro i comunisti. Sembrava che la sua politica fosse ispirata da una linea di pacificazione nazionale, ma di certo i comunisti, per parte loro, non fecero mai delle reali azioni per distanziarsi dal loro passato, per cercare di venire così incontro alle iniziali buone intenzioni di Berisha[44].

Creato dagli studenti e dai docenti dell’Università di Tirana, il Pd, ha senza dubbio grandi meriti nella caduta del vecchio regime e nella costruzione o, per lo meno, nel tentativo di costruzione delle basi di un nuovo sistema che mirava alla democrazia in Albania. Nel ‘91 di fronte a uno dei regimi più autoritari e polizieschi in Europa, il Pd si guadagnò l’appoggio dell’élite sociale e, un anno dopo, vinse due terzi dei voti degli albanesi. Tra il ‘92 e il ‘96 cercò di mettere le basi del sistema democratico, dell’economia di libero mercato e dell’integrazione euro-atlantica. Ma appena due anni dopo l’arrivo al potere iniziarono i primi problemi: troppa fiducia in sé, venivano ignorate le critiche e si venne a creare così una situazione sempre più autoritaria e fredda nei confronti dei cittadini. A causa dell’irresponsabilità della sua leadership, i democratici anticomunisti e pro-occidentali molto presto videro il loro partito sotto il segno di una serie di critiche di americani ed europei. L’arroganza verso i consigli degli occidentali, il rifiuto di riconoscere i propri errori, la perdita di equilibrio nel governare, così come le ambizioni di influenzare gli sviluppi in Kosovo portarono alla creazione di crisi sociali nel paese e la totale perdita di appoggio da parte della comunità internazionale[45]. Il passaggio all’opposizione in maniera quasi violenta, si accompagnò con la radicalizzazione della vita politica del paese e di conseguenza la restrizione dello spazio che serviva al Pd per potersi riformare e modernizzare. In poco tempo il Pd ripulì le sue strutture sostituendo i vecchi fondatori con militanti fanatici, senza avere nessun chiaro progetto per il ritorno del partito al potere. La situazione del Pd divenne ancora più difficile dopo gli avvenimenti drammatici di settembre ‘98. Il continuo boicottaggio delle istituzioni politiche, le proteste monotone e la chiusura nei confronti di ogni piattaforma che mirava allo sviluppo del dibattito e della democrazia interna crearono un’enorme distanza con la comunità internazionale. Le elezioni del 2002 riconfermarono al potere i socialisti. Dopo otto anni all’opposizione, il Pd riuscì a vincere le elezioni grazie anche al malcontento generale riguardo ai governi socialisti. Esso venne al potere a capo di un’alleanza di partiti d’estrema destra, ma portando con sé anche una nuova generazione di esperti e politici. Nel giugno del 2006, sotto il governo dei democratici, l’Albania sottoscrisse con l’Unione Europea gli Accordi di Stabilizzazione e Associazione.

I democratici hanno ancora bisogno di demitizzare le visioni e le aspirazioni in cui credono, devono avvicinarsi di più ai cittadini, all’élite economica e quella universitaria. La grande prova del Pd, se del caso dovesse rivincere le elezioni di giugno 2009, riguarda la capacità di governare il paese con mezzi democratici e trasformarsi da una struttura partitica centralizzata in un partito moderno e realmente democratico, dove le idee, le critiche e i contributi dei forum e dei membri vengono apprezzati più delle convinzioni personali della leadership.

 

 

 

3.4 Verso un secondo pluralismo: prove e sfide

 

In tanti speravano che l’Albania, con l’arrivo del pluralismo politico, diventasse rapidamente un paese democratico e sviluppato come il resto d’Europa. La vita politica dopo il ‘90 si aprì a un ampio pubblico e il tutto sembrava più trasparente. Oggi tranne i nostalgici nessuno si esprimerebbe positivamente riguardo ad aspetti e caratteristiche del regime comunista. In realtà le difficoltà incontrate man mano hanno dimostrato che non esisteva un modello tipo a cui riferirsi. Così ad esempio, diversamente dai paesi che passarono una transizione simile, in Albania lo sviluppo estensivo del pluripartitismo si trasformò in una specie di moda e si protrasse nel tempo, senza essere sottomesso a nessun reale processo riformativo. Per questo motivo tanti partiti sono rimasti movimenti che mirano al potere, così come nacquero agli inizi della transizione, senza progetti reali, mentre altri figurano solo come numeri senza avere alcun ruolo positivo nei processi democratici[46]. L’esperienza albanese dimostra che tra il pluralismo politico e la democrazia esiste una collaborazione dialettica, ma purtroppo non si può sostenere che il pluralismo politico produca direttamente democrazia, sviluppo e modernizzazione. Bisogna però accettare che il pluralismo politico può essere funzionale e produttivo e che dev’essere per forza democratico.

I dati in Albania mostrano che mentre il numero dei partiti non ha fatto altro che crescere, la partecipazione dei cittadini nei processi politici è diminuita radicalmente. Gran parte della popolazione adulta non partecipa alle attività dei partiti politici o quelle delle organizzazioni della società civile[47], e in tanti non partecipano manco alle elezioni, scegliendo così la totale indifferenza politica. L’altra parte rimanente si sente, giustamente, poco rappresentata nei processi politici. E meno le persone si sentono rappresentate più cala la loro fiducia nelle istituzioni e partiti politici[48].

Le società basate sulla libera concorrenza e il pluralismo politico vero sono caratterizzate dall’eguaglianza delle possibilità, ma in realtà quest’ultima non fa scomparire le diseguaglianze reali, anzi come ci mostra ancora una volta l’esperienza albanese, questa s’accompagna da fortissimi contrasti sociali che creano poli molto lontani tra loro, quali ricchezza da una parte e gruppi emarginati dall’altra. Questi ultimi non hanno la possibilità di avere dei leader che li rappresentino, perciò non possono esercitare nessuna influenza e neanche guadagnarsi gli spazi creati dalla democrazia.

Diverse forze politiche continuano a sostenere che in Albania ci sia oramai una democrazia funzionante, altre sostengono che siamo ancora dentro il tunnel della transizione e che l’uscita è ancora lontana. Per di più ci si è abituati a lasciare questo compito sempre in mano al partito o alla coalizione politica che vince le elezioni di turno. In una situazione simile, dove la democrazia “produce crisi”, è necessario che i cittadini diventino competenti nel valutare i governi che li rappresentano e sempre più esigenti verso di loro. Non meno importante è per i cittadini capire che purtroppo la democrazia, in un paese in transizione, passa necessariamente attraverso conflitti e fasi intermedie, inizialmente con caratteristiche miste, come quelle che la società totalitaria ha lasciato dietro, così come quelle della società dell’economia di mercato che la sostituisce. Di conseguenza si mostra necessario un periodo temporale relativamente lungo per superare le difficoltà.

Servet Pellumbi propone questa divisione per spiegare le diverse fasi della transizione albanese[49]:

 

1)   Fase post-totalitarismo (1991-1998), che inizia con le prime elezioni pluraliste e finisce con l’approvazione della costituzione nel novembre del ‘98.

2)   Democrazia sorvegliata (1998-2006), è la fasi in cui la democrazia anche se istituzionalizzata continua a essere fragile e problematica.

3)   Democrazia verso consolidamento e sviluppo, fase che inizia con la sottoscrizione degli Accordi di Stabilizzazione e Associazione con l’Unione Europea il 12 luglio del 2006.

 

È facile dedurre che quest’ultima sarà anche la fase più lunga. Si tratta della strutturazione della democrazia pluralista, dove i riflessi dei suoi valori dovrebbero diventare parte della vita politica, economica e sociale. L’idea dell’integrazione nell’Unione Europea serve alla politica albanese come un’idea consensuale, unificatrice, che velocizza lo sviluppo del paese e della democrazia albanese. Per questo gli accordi sopranominati possono essere considerati come un punto d’inizio. In realtà poi ci si è ben consci che l’integrazione nelle strutture europee è una realtà ancora lontana, ma piccoli passi verso tale obiettivo non possono che fare bene al paese.

Per cercare di comprendere meglio questa fase della “democrazia albanese”, senza negare che qualche passo in avanti è stato fatto, è interessante valutare in primis la tesi di chi sostiene la fine della transizione, e analizzare anche le caratteristiche principali della democrazia nello stadio attuale. Probabilmente, dire che la transizione è finita sembra però ancora molto azzardato. Forse è ora che il termine non sia più usato come mezzo di manipolazione, come il “colpevole” fisso che non permette l’attuazione di leggi, che impedisce di realizzare strategie comuni o lo sviluppo con successo della guerra contro la povertà, la corruzione, l’illegalità o il crimine organizzato. Fenomeni del genere forse non dovrebbero più essere collegati solo alla transizione.

La politica albanese è caratterizzata da forti ostilità e non solo (lo dimostrano i conflitti assurdi attualmente in corso dovuti alla campagna elettorale alle porte). La democrazia deve essere intesa come una forza che serve per riformare, che rieduchi le persone, ma le sfide che deve affrontare, per rendere la società albanese simile a quella europea, sono tante. Perché l’integrazione europea avvenga, bisogna eliminare fattori disintegranti del pluralismo politico facendo sì che la reazione cittadina verso di essi cresca. L’economia e lo sviluppo del paese devono essere messe in primo piano.

È stato costatato, anche in maniera empirica, che esiste una stanchezza e delusione dal pluralismo politico in Albania. Tanti studiosi parlano addirittura di un pluralismo mancato[50], proprio perché è difficile per i cittadini vedere i suoi frutti. Con l’istituzionalizzazione del pluralismo politico doveva cambiare la percezione della realtà, mentalità, il sistema dei valori, il senso di responsabilità cittadina. Una cosa del genere sta succedendo molto lentamente il che giustamente comporta molte delusioni. Perché ci sia un cambiamento in quest’aspetto del pluralismo politico e partitico, bisognerebbe mettere un certo ordine nel caos dei partiti politici che continuano a soffrire l’assenza del senso della misura nei dibattiti, litigi, nelle gelosie politiche e nelle vendette primitive. Tutto sommato, dopo quasi due decenni, il pluralismo in Albania ha di certo cambiato sembianze, tanti fattori di divisione tra destra e sinistra sono venuti meno nel tempo. In tanti hanno però l’impressione che si stia sacrificando il sistema a causa di un numero troppo alto di partiti politici. È così confermato che con il pluralismo politico si è scelto di essere diversi, ma non si è ancora scelto la cosa più importante: diventare capaci di lavorare assieme per interessi maggiori. Perché, ci ripetiamo ancora una volta, in Albania manca un’élite politica con una visione tale, realistica e ispiratrice, che riesca a guardare al di sopra della guerra per il potere.

Si sente il bisogno di una nuova coesione sociale, per un consenso nazionale sulle questioni che riguardano lo sviluppo democratico della società. Manca in Albania però una tradizione che riguarda l’unità, la solidarietà e la partecipazione attiva dei cittadini nella vita del paese. L’individualismo, un tempo tradizionale adesso è diventato virulente. La politica albanese invece continua a perdersi alla ricerca di modelli pronti e idee imposte da applicare, così come di “arbitri” occidentali che devono sempre dire l’ultima sui conflitti. E tutto questo a conferma del fatto che non c’è ancora un pensiero politico albanese. Avere una linea politica nazionale non significa andare contrario al principio di pluralismo politico. Certo non parliamo qua di creare una filosofia politica statale, ideologia o altro ancora, si vuole semplicemente arrivare alla giusta collaborazione. In realtà viene richiesto qualcosa di modesto nel suo essere, la democrazia deve crescere tra la gente e non deve essere intesa come qualcosa di imposto, come semplice imitazione, ma come componente della psicologia di un popolo e delle sue capacità di darsi uno Stato. Questo richiede che i valori dell’Europa Occidentale come, la cultura e la democrazia siano non solo un “prodotto pronto al consumo” ma che si tratti di un processo attivo e di emancipazione, di cambiamento e sviluppo che mette radici e cresce. In maniera empirica è stato provato che l’assenza di un sistema tale d’idee, valori e azioni, ha fatto sì che il pluralismo politico e partitico, oltre a “portare” beni quali la libertà di parola e della stampa, di organizzarsi liberamente ecc., ha ‘portato’ anche divisione, confitti tra le diverse forze politiche che tal volta non si riesce a superare.

È vero il pluralismo politico c’è, e non si può negare che una certa quale evoluzione ci sia stata, ma in Albania mancano ancora le strutture del dialogo, le soluzioni comuni, la preoccupazione di risolvere conflitti, elaborare e applicare strategie comuni di sviluppo. Tutto questo sarebbe in realtà una delle sfide più difficili del futuro, che per importanza e valore potrebbe trattarsi di un “secondo pluralismo”. È necessaria una riforma del sistema politico pluralista che per tanti versi continua a essere simile a quando vi nacque, agli inizi della transizione, non trasparente, fuori da qualsiasi controllo legale e finanziario.

Ad esempio durante le elezioni del 18 febbraio 2007 si registrarono quarantadue partiti dei quali, il Pd e il Ps presero il 44% dei voti. Alti trentasei partiti presero 56% dei voti. Quattro partiti presero 0% di voti. Viene spontaneo chiedersi che stabilità ci potrà mai essere nel governo se nelle elezioni future trentasei piccoli partiti facessero una colazione per formare una maggioranza governativa. Facendo riferimento anche alle esperienze degli altri paesi sappiamo che tramite il voto si fa la selezione dei partiti che “vegetano”. La legge sui partiti, oramai vecchia, deve essere rifatta. Ed è sempre tramite il voto che andrebbe fatta una distinzione tra i partiti che concorrono al potere e i partiti che influiscono in forme diverse su di esso[51]. È importante in questa fase di post-transizione avere una legge elettorale il più possibile stabile per cercare di evitare la pratica odierna del cambio delle “regole del gioco” prima di ogni campagna elettorale[52].

La democrazia in un paese in transizione, o come si vuol credere da qualcuno appena uscito, ha qualcosa d’incompiuto, di non terminato. I partiti politici sono sempre stati e rimangono concorrenti per questo è naturale che ci siano dei dibattiti, contraddizioni, malintesi, si tratta di elementi della democrazia interna ai partiti e dei rapporti tra di essi. Come ogni altro sistema anche quello democratico ha i suoi lati più deboli perché dipende dalla “cultura” delle persone (cittadini, politici e leader) che lo esercitano e dirigono. Ed è probabilmente questo il motivo principale per cui la democrazia albanese continua a non funzionare. Lo vediamo nell’abitudine di eleggere i leader, così come anche nel modo di controllare il loro operato. Serve forse una seconda transizione per uscire dalla prima?

 

 

 

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