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2 settembre 2009 / lucioulian

7- Albania familismo amorale….

 
 
 
  
 
 
                Continua il secondo capitolo:
 

2.2 Corruzione quale base di un sistema sociale malato: là dove il fenomeno nasce e cresce

 

La corruzione è da sempre un fenomeno diffuso e presente nella storia dell’umanità. Essa è definita dagli scienziati in tanti diversi modi. Probabilmente la definizione più famosa sulla corruzione è quella fatta dalla Banca Mondiale nel 1995: “La corruzione riguarda l’abuso della posizione per guadagni privati”. Secondo un’altra definizione, “la corruzione rimane sempre un’attività malvagia, che con comportamenti e rapporti particolari mira sempre a produrre guadagni o vantaggi per sé, per i propri familiari, per gli amici o per gli alleati politici”. Essa è definita anche come la situazione in cui “pubblici amministratori hanno tradito un interesse pubblico per vantaggi privati, attraverso comportamenti che hanno contravvenuto a leggi e sono stati stigmatizzati dalla pubblica opinione, nel corso di transizioni in un mercato occulto, in cui il denaro è stato scambiato con l’influenza sui comportamenti della pubblica amministrazione”. Altra definizione, più semplice, ritiene la corruzione come “abuso di ruoli e risorse pubbliche con il fine di ottenere vantaggi privati”.

Il fenomeno della corruzione è sempre e comunque collocato nell’ambito politico, non considerandone quindi la sfera esclusivamente privata, perché si tratta di uno scambio occulto e illegale tra risorse pubbliche e private quale elemento essenziale della corruzione. Inizialmente lo studio sulla corruzione è stato condotto dai cosiddetti “moralisti”, i quali lo consideravano un fenomeno patologico che minacciava la legittimità politica e lo sviluppo economico, un sintomo della disfunzionalità sia sociale sia politica la cui origine doveva essere ricercata nella natura umana, nelle tradizioni culturali e nelle caratteristiche del processo politico. In antitesi per i “funzionalisti” la corruzione rappresenta una “disfunzione funzionale” capace di supplire alle carenze delle strutture politiche ufficiali, un fattore di stabilizzazione la cui repressione avrebbe comportato la rottura dell’equilibrio sistemico. Successivamente l’approccio economico ha iniziato a considerare le pratiche corrotte come effetto di un calcolo razionale individuale finalizzato all’affermazione dei propri interessi e influenzato da alcune caratteristiche del sistema economico e politico, in primis la scarsezza di risorse. Infine l’approccio istituzionalista analizza la corruzione secondo un’analisi incentrata sulle istituzioni, sulle regole formali e informali della società. Quando le entità istituzionali sono incapaci di rispondere alle domande crescenti della società, si sviluppa la corruzione.

Dalla ricostruzione dei diversi approcci analitici si evince il progressivo abbandono dell’ipotesi secondo la quale la corruzione svolge presunte funzioni politiche, infatti, il pensiero oggi prevalentemente diffuso, la considera causa di malgoverno. Come emerge dalla letteratura, livelli alti di corruzione minano ognuna delle dimensioni proprie della democrazia: la rule of law è seriamente compromessa perché la norma è trasgredita nel silenzio dalla magistratura politicizzata, i meccanismi di accountability, sia orizzontali sia verticali, pur esistendo formalmente, non esercitano nessuna delle loro funzioni. La correttezza delle elezioni parlamentari è pregiudicata perché i partiti figurano spesso tra gli attori più corrotti, pertanto quando eletti difficilmente attuano un comportamento democraticamente responsivo verso i propri elettori, tale trasformazione dei soggetti di intermediazione politica altera l’uguale accesso di tutti i cittadini allo Stato, quindi insidia il principio di eguaglianza, infine la corruzione erode la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nei partiti e questo scollamento spesso altera i normali livelli di partecipazione.

L’errore principale riguarda l’idea che la corruzione sia per forza un processo economico. Essa si manifesta anche nei processi politici, per esempio negli affari corrotti tra politici e businessman potenti, si manifesta nella manipolazione delle elezioni parlamentari o nel mercato dei voti fatto di soldi che devono essere resi puliti; nel sistema giuridico abbiamo la corruzione dei procuratori, giudici e avvocati, e non mancano anche altri campi come ad esempio insegnamento e sanità.

Esistono diverse teorie in merito al “gioco della corruzione”. Secondo la teoria moderna della corruzione, negli Stati in transizione che si ritrovano con istituzioni politiche e amministrazioni relativamente deboli, la corruzione si trasforma in un sistema. Questo vuol dire che la corruzione è diventata tutt’uno con l’attività economica, sociale e culturale e che essa si è infiltrata in tutti gli stadi dell’amministrazione statale. Il “sistema della corruzione” funziona come un marchingegno complesso ed è costituito da diversi sottosistemi che lavorano tra loro, rispettando ordini e raccomandazioni date dagli organi dirigenti di questo sistema. I sottosistemi principali del sistema di corruzione sono la corruzione politica, quella del sistema giudiziario e quella economica.

Un po’ come tutti gli altri aspetti della vita contemporanea anche il sistema di corruzione, purtroppo, è caratterizzato da una grande modernizzazione. Per assicurarsi la sopravvivenza, questo sistema ha impiegato specialisti che provengono da campi diversi e fa uso di tecnologie avanzate, combatterlo diventa sempre più complicato.

Secondo la teoria generale dei sistemi e l’analisi sistemica applicata, il sistema di corruzione dev’essere combattuto dal sistema di anticorruzione, il quale ha come sottosistemi principali l’Agenzia Nazionale Anticorruzione, Commissione Interministeriale dell’anticorruzione (diversamente chiamato anche Task Force), il sistema giuridico, l’Alto Controllo dello Stato e gli Uffici per le Indagini sulla Corruzione. Il gioco della corruzione è un modello matematico dei conflitti e compromessi tra il sistema di corruzione, il sistema di anticorruzione e il pubblico in senso ampio. Secondo la teoria dei giochi, bisogna capire chi sono i giocatori, quali sono le strategie di ogni giocatore e quali sono gli scopi ultimi di ognuno di questi. Quello che è più importante, ma anche più difficile, dev’essere sanzionato dal principio dell’ottimizzazione del gioco della corruzione[11]. Noi formuliamo il gioco della corruzione come un gioco fatto a livelli. Nello strato più basso vengono sviluppati i rapporti tra il pubblico e i sottoufficiali statali, nello strato superiore prendono vita le relazioni tra i sottoufficiali e i loro capi (chiamati diversamente anche autorità centrali).

Sono i comportamenti delle autorità centrali quelli che stabiliscono il livello ottimale di corruzione nella gerarchia dell’amministrazione statale. Certi sottoufficiali sono onesti, altri corrotti. Ma dipende dall’interesse personale, l’impiegato corrotto può anche avere comportamenti onesti, non tutto è scontato. La vicenda è molto più complessa di quello che può sembrare inizialmente.

La variabile strategica dell’impiegato statale è il suo livello di corruzione. Le variabili strategiche delle autorità centrali sono l’assegnazione dei posti di lavoro e degli stipendi degli impiegati sotto le sue dipendenze, il livello di monitoraggio delle attività di questi dipendenti tramite indicatori di corruzione e misure punitive per dipendenti corrotti. Lo scopo dell’impiegato corrotto è la massimizzazione dei proventi dall’attività corrotta e dello stipendio, invece lo scopo dell’autorità centrale è più complesso, perché dipende dai suoi interessi politici, economici e culturali. Il sistema ha meccanismi complessi di funzionamento. Gli impiegati corrotti scambiano informazioni tra di loro e fanno da aiuto strategico a un l’altro. E non solo, se un impiegato corrotto decide di fare leva sulla sua strategia gli altri impiegati risponderanno con altrettanta aggressività nell’implementazione delle proprie strategie.

La corruzione in qualsiasi strato della gerarchia amministrativa statale “nutre” la corruzione nell’altro strato. In condizioni simili, il principio di ottimizzazione del gioco di corruzione diventa il principio di John F. Nash[12] (diversamente detto anche principio dell’adempimento dello scopo). Questo vuol dire che la strategia di ogni impiegato dev’essere la sua contro risposta a massimizzare il guadagno personale contro le strategie che useranno gli altri impiegati. L’equilibrio di Nash nel gioco della corruzione viene definito come il profilo delle strategie pulite o miste degli impiegati corrotti, simile perché nessun impiegato non ne uscirà vincitore se dovesse scivolare verso un’altra strategia.

L’esistenza degli equilibri di Nash è verificata matematicamente con i metodi dell’analisi funzionale. Per questo, le situazioni equilibrate Nash del gioco di corruzione non sono di certo ipotesi utopiche, ma sono praticamente realizzabili. Anzi queste situazioni equilibrate succederanno con tanta probabilità se il sistema di anticorruzione funziona con bassa efficacia. La guerra contro il sistema di corruzione nelle situazioni equilibrate Nash è difficile, complessa e lunga. Secondo la teoria della complessità di A. N. Kolmogorov[13], nelle situazioni Nash del gioco di corruzione si svilupperanno problemi “praticamente irrisolvibili” (insomma, per la soluzione di tali problemi c’è bisogno di un lungo tempo). E in situazioni del genere potranno massimizzare i loro guadagni tutte le persone corrotte.

Analizzando le sfide che il governo Berisha si è posto nella guerra contro il sistema attuale di corruzione, viene spontaneo chiedersi in che misura vengono armonizzati i punti di vista di questo governo con le teorie contemporanee di corruzione. Dispone il governo Berisha di un’equipe di scienziati per uscirne vincitore nel gioco della corruzione? Come ci si può ben immaginare la risposta è negativa. Il governo presenta di una serie di mancanze nella guerra alla corruzione, e l’eliminazione di queste mancanze è condizione necessaria ma non sufficiente perché il sistema di anticorruzione risulti vincitore nella guerra a questo male endemico.

Le teorie contemporanee in merito alla corruzione argomentano che istituzioni come ad esempio l’Agenzia Nazionale dell’Anticorruzione sono il sottosistema principale nella guerra alla corruzione. Si tratta di un’istituzione che normalmente dovrebbe essere libera dalla politica. Attualmente il non funzionamento dell’Agenzia in Albania lascia intendere che il governo stia combattendo la corruzione con dei metodi selettivi. Questo vuol dire che sono regolarmente puniti solo quella parte degli ufficiali corrotti che non hanno interessi comuni con i loro superiori e non viene punita l’altra parte dei burocrati corrotti, che sono fedeli servi dei loro pushtetare[14].

Il non funzionamento dell’Agenzia Nazionale dell’Anticorruzione pare non preoccupare più di tanto nessuno, forse perché il governo, molto auto-fiducioso, basa tutto sulla Task Force, istituzione completamente politicizzata. Ricerche scientifiche contemporanee in psicologia, che riguardano la teoria dell’informazione, hanno argomentato che l’auto-fiducia esagerata si trasforma, col passare del tempo, in un convincimento sbagliato. E questo vuol dire che l’auto-fiducia esagerata porta alla perdita. Ricordiamo una delle citazioni principali della teoria di corruzione: “I governi deboli, i quali non monitorano l’attività degli ufficiali statali in tutti i livelli tramite gli indicatori della corruzione, permettono che il sistema di corruzione sopravviva e fiorisca”[15].

Le parole “governo debole” sottintendono nient’altro che l’assenza di volontà politica del governo di combattere senza compromessi il sistema di corruzione. L’efficacia del monitoraggio degli indicatori della corruzione è caratterizzata dalla probabilità di punizione dell’atto corruttivo certificato. Più alto sarà il livello di corruzione nella gerarchia amministrativa statale, minore sarà la probabilità di punizione degli atti corruttivi, perché le autorità centrali diventeranno sempre più corrotte e anche perché gli atti corruttivi nello strato basso della gerarchia saranno scoperti più facilmente dai capi corrotti che da quelli onesti.

Il governo deve cercare il sostegno delle istituzioni religiose nella guerra alla corruzione e non solo. La fede in Dio e le prediche religiose sono forze potenti per conservare intatta l’onestà umana dalla facile corruzione. Tutte le religioni condannano fermamente la corruzione. Il ruolo della fede in Dio nella diminuzione del livello di corruzione non dev’essere assolutamente ignorato nelle condizioni di un paese come l’Albania. Il governo deve prendere coscienza che nella guerra alla corruzione esso si trova di fronte un nemico che dispone di un alto livello scientifico e che usa metodi molto sofisticati. Per questo, una guerra di successo al sistema di corruzione presuppone un governo che abbia a sua disposizione un gruppo di scienziati qualificati e non solo. Ed è poi compito di questo gruppo trovare le strategie ottimali per l’attuazione di teorie moderne nell’ottimizzazione del gioco di corruzione. Sarebbe un errore imperdonabile lasciare in mani incompetenti questo compito complesso. Coloro che attualmente si occupano di questa missione nel migliore dei casi non sanno formulare esattamente i problemi connessi alla corruzione, e nel peggiore sono essi stessi corrotti. Di conseguenza non ci si può aspettare che “esperti” di questa categoria sappiano attuare la teoria della complessità di Kolmogorov, il metodo di ottimizzazione di Nash-Harsanyi-Vorobjev o quello dell’adempimento strategico di Bulow-Geanakoplos-Klemperer per trovare soluzioni ottimali nel gioco della corruzione.

Sarebbe già un buon inizio se psicologia e scienze sociali cognitive fossero invitate a svolgere un ruolo rilevante nella teoria politica e nel dibattito sulla democrazia. Ma quali sono le norme anticorruzione? quelle a cui lo Stato dovrebbe provvedere per poterlo combattere? Facciamo un elenco di tutte quelle iniziative che andrebbero intraprese in Albania. Sotto l’assetto giuridico serve l’approvazione della legislazione contro la corruzione, frode ecc, serve la creazione di un codice legale ben documentato e accessibile al pubblico. È necessaria una cultura della trasparenza e dell’informazione e perciò il riconoscimento del diritto di richiedere e ricevere informazioni sulle decisioni e funzioni governative. Servono dei meccanismi di anticorruzione e perciò la creazione di organismi indipendenti e specializzati con competenze di monitoraggio sulla condotta dei funzionari pubblici e anche la creazione di un organismo indipendente con la funzione di indagare sulle accuse di abuso d’ufficio. È necessaria la creazione di commissioni parlamentari con la funzione di indagare su sprechi, frodi e altri abusi interni alle agenzie esecutive poste sotto la loro giurisdizione. La creazione di un sistema giudiziario indipendente e professionale[16]. Serve garantire supporti strutturali: biblioteche, sistemi d’informazione computerizzati, scuole legali e istituti di training giudiziale[17]. Per quanto riguarda invece i problemi connessi alle elezioni politiche, è necessaria una commissione elettorale efficace che assicuri elezioni libere e corrette.

Un ruolo importante spetta anche ai mass-media, perciò lo Stato dovrebbe promuovere un sistema mediatico libero e pluralista, sostenendo la professionalizzazione dei giornalisti. Ma oltre a tutto questo c’è bisogno di una cittadinanza vigilante, perciò serve sostegno alle Ong impegnate nella lotta alla corruzione. Promozione di attività per creare una cittadinanza politicamente informata, interessata e vigilante. Ma in Albania i change agents che sono espressione della società civile organizzata (comunità epistemiche, think tanks, gruppi d’interesse e Ong) e talvolta possono includere anche personalità politiche, mancano o sono troppo pochi perché inducano un cambiamento. E se la democrazia è tutela formale del gioco delle parti, i soggetti di questo gioco sono volontà di parte (rappresentanti d’interessi) capaci di negoziare, di elaborare strategie per raggiungere obiettivi di parte. Tutto questo in Albania non esiste ancora.

2.3 Corruzione e sistema dei partiti politici

 

«Ne qofte se e papritura ngjet, ne qofte se Shqiperia – fjale fatale – vdes, ahere mund pa çpifje te shkuajme keto fjale ne gur te varrit te saj:

u ngjall nga idealistest, u ruajt nga rastet,

u vra nga politikanet»[18].

 

Faik Konica

 

Nell’introduzione al suo “1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa”, Ralf Dahrendorf[19] inizia con le domande che il suo amico immaginario[20] da Varsavia gli pone nel lontano oramai 1989. Così scrive Dahrendorf: «Cosa significa tutto questo, e dove porterà? Non stiamo assistendo a un processo di dissolvimento senza che nulla prenda il posto delle vecchie strutture, certo detestabili? Come possono sorgere dei partiti politici quando quelli vecchi del 1964 e del periodo fra le due guerre sono diventati irrilevanti, e i partiti nuovi non sono in grado di trovare una base sociale che li sostenga? Chi sosterrà cosa nei prossimi anni? Quali strutture politiche emergeranno dal crollo del monopolio comunista?». Le domande poste allo studioso erano a dir poco inquietanti. Le società dell’Est davano inizio a una nuova fase della loro storia che cominciava con la rinascita dei partiti politici. Rinascita complessa perché la società non aveva più memoria di un sistema pluralista, per lo meno quella albanese. E insieme ai partiti politici nacque anche il fenomeno della corruzione.

I partiti politici in Albania, in particolar modo i loro leader, non si fanno mai scappare l’occasione di dire la loro sui problemi che preoccupano l’opinione pubblica; spesso lo fanno in maniera propagandistica mettendo forti accenti e lanciando pubbliche accuse, che in primis mirano a incolpare i loro avversari politici. La retorica non ha fine, ma quando si tratta di parlare della corruzione che spopola dentro i partiti politici nessuno, ha più voglia di commentare. Bisogna seriamente impegnarsi negli archivi per trovare dichiarazioni o qualche allusione che riguardi la necessità di trasparenza nelle attività dei partiti, perché di tale corruzione in Albania se ne parla pochissimo. Voci al di fuori dei partiti hanno dovuto suonare il campanello d’allarme per fare notare che l’assenza di trasparenza è fortemente legata alla corruzione endemica che vive e si nutre nel corpo di tutta la classe politica. Queste voci in realtà non sono mai mancate, ma troppo poche e troppo basse per essere considerate. Quest’argomento non è mai posto nel focus del dibattito pubblico e mediatico e anche quando questo avviene, i politici di tutte le parti considerano questo problema una cosa poco preoccupante della quale non vale la pena occuparsi. Ma la società civile non dovrebbe fare altrettanto.

Diversi articoli giornalistici negli ultimi tempi riportano dati che riguardano i soldi spesi per la campagna elettorale delle elezioni locali del 2007[21]. Si parla di cifre che ammontano a 12 milioni di euro. Sembra che quest’affare sia uno dei più costosi delle azioni di corruzione che hanno mai preso vita in Albania, ma non è di certo il peggiore sotto il punto di vista monetario. Le somme di denaro che si muovono al di fuori dei meccanismi statali, sfuggendo così a controlli, sono decisamente alte, basta pensare ad esempio quelle che si muovono nelle scrivanie degli ufficiali che gestiscono gli appalti. Ma la cifra di 12 milioni di euro rimane sconvolgente perché rappresenta un caso di corruzione mai visto perché sotto la luce del sole. Si tratta di una corruzione che non si preoccupa di nascondersi, una corruzione legittimata dal silenzio e dall’approvazione del mondo politico, una corruzione che proprio per questo motivo fa sì che nessuno arrossisca o diventi giallo per paura o altro. Si tratta di quello che Ungaro[22] definisce «come corruzione ambientale, e cioè uno scambio consolidato tra decisioni legislative particolaristicamente favorevoli da una parte e voti e/o denaro dall’altra».[23] «Tale scambio – scrive Ungaro – si verifica tra gruppi di scambisti direttamente partecipanti alla sfera politica (politici, amministratori, funzionari, consulenti professionali) e alla sfera economica (imprenditori). Lo scambio al contempo è illegale, socialmente diffuso, moralmente accettato ed efficace ma caratterizzato da elevati costi di transizione definibili come costi collettivi di esclusione. […] In questo contesto, gli attori dello scambio sono essenzialmente tre: gli scambisti (che a loro volta si dividono in politici e imprenditori), gli altri beneficiari (che offrono consenso ai politici in cambio di compensi indiretti provenienti dallo scambio) e gli esclusi. Questa rete di scambio è utilmente analizzabile dal punto di vista dell’approccio teorico della scelta razionale, perché si struttura nella forma di dilemmi di azione calcolati sulla base del trade off tra codici morali contrastati e regole di reciprocità che devono essere in qualche modo garantite».[24]

Diversamente dagli altri atti corruttivi, dove chi viola la legge, vive continuamente con la paura di essere scoperto, di essere seguiti penalmente o di essere condannati, nella peggiore e più improbabile dei casi in Albania, gli autori di una simile corruzione (corruzione politica, ambientale secondo la terminologia di Ungaro) sono sicuri che non avranno nessun problema. Essi sono difesi in questa “strada sbagliata” da quello che gli inglesi chiamano complicity. Se un giornalista pensasse mai di bussare alla sede di qualche partito per chiedere e pretendere informazioni esatte riguardo alle spese e i finanziamenti elettorali, troverebbe a dir poco tutte le porte chiuse se non è addirittura buttato fuori con le maniere dure. E pensare che il diritto di essere informati sui finanziamenti dei partiti è diritto fondamentale di ogni cittadino; è un diritto che non può essere negato a nessuno con la motivazione che non vi è una legge che rende questo obbligatorio, si tratta di un diritto che nasce dal bisogno di trasparenza. E comunque sarebbe giusto prendere coscienza che quando si tratta di essere trasparenti non c’è bisogno di una legge. Si tratta di un semplice bisogno fisiologico di ogni democrazia. L’affare che vede 12 milioni di euro spesi durante la campagna elettorale del 2007 è senz’altro un affare sporco, ma con molta probabilità i soldi spesi realmente sono molti di più, perciò le cifre che riguardano la corruzione sono sbalorditive. Coloro che hanno avuto modo di lavorare con politici albanesi, che si sono candidati alle elezioni politiche e che hanno organizzato, in questo caso, campagne su campagne, sanno bene che si parla di cifre molto alte. Diverse investigazioni giornalistiche ci dicono che questi soldi provengono da imprenditori, il successo dei quali proviene dal lavoro che si ottiene tramite tender manipolati ecc[25]. Il tutto avviene in maniera molto naturale e “sportiva” senza che nessuno si preoccupi. Quello che avviene dopo è sotto gli occhi di tutti.

Uno dei primi problemi del regime appena installato è quello di ricambiare gli imprenditori che hanno finanziato la campagna elettorale e questo come già detto si fa grazie alla politica degli appalti, con il comportamento poco severo della polizia finanziaria, insomma si applica la variante “un occhio cieco e un orecchio sordo” per quanto riguarda abusi fatti da imprese che hanno finanziato la campagna elettorale. Partono così piani che distruggono le aziende concorrenti e non sono pochi i casi di monopoli. Oltre a tutto questo, con il cambio di potere, abbiamo automaticamente anche un cambio dell’élite e delle clientele. Insomma si è venuto a creare un circolo vizioso. Il male ultimo di questo perverso fenomeno non si ferma semplicemente nell’assenza di trasparenza riguardo il finanziamento dei partiti politici, e nel fatto che questa assenza di trasparenza rappresenta una forma di corruzione quasi spettacolarizzata e che non ha paura di niente. Il male va oltre e colpisce fino all’osso la deontologia del libero mercato, uccidendo ogni logica che riguarda la gara e creando monopoli nuovi sopra di quelli vecchi, impaurendo così gli imprenditori, la maggior parte dei quali, proprio a causa di una confusione totale fa il gioco delle sponsorizzazioni bipartisan.

«[…] Gli attori politici perseguono la loro rielezione procurando benefici ai loro rappresentati, per questo motivo traggono dei benefici dallo scambio al fine di assicurare il mantenimento del rapporto di scambio benefici/voti con i rappresentati stessi». «Usando un altro linguaggio teorico – scrive Ungaro – questo modello di scambi può essere definito anche come legittimità illegale. Un’intera varietà di scambi si basa quindi fondamentalmente su impegni relativi e contingenze future, cioè promesse dai voti. Allo stesso modo l’altro gruppo di scambisti (gli imprenditori) ha interesse a continuare a ricevere i benefici ottenuti da quei politici con cui continuano a interagire. L’efficacia della corruzione ambientale riposa così su una particolare struttura delle utilità attese, ma anche su una specifica organizzazione reticolare (il mercato protetto[26]) dove risulta possibile stipulare e garantire accordi di scambio corrotti gestendo in un certo modo transazioni complesse quali scambi non contemporanei (io inizio ora ad “aggiustare” la gestione dell’appalto, nell’ambito del contratto sinallagmatico, anche se ho solo ricevuto solo la promessa di pagamento) e flussi non simultanei di beneficio (io voto ora per un politico scambista sperando di ricevere benefici futuri e la mia unica assicurazione concreta risulta essere il mio prossimo voto futuro, o altre forme meno efficaci di protesta)[27].

L’Albania si ritrova così con una classe di businessman, che si è praticamente trasformata in schiava del potere. Ancora una volta siamo lontani dal poter parlare di libertà. Non può esserci libertà economica in un paese, dove il mondo dell’impresa è schiava dei partiti al potere. Non può esserci libertà economica in un paese, dove nessun imprenditore ha il coraggio di dichiararsi contrario a tutto questo. Non è errato pretendere trasparenza e moralità dai propri rappresentanti.

Ma il problema è ben più grave. Tra partiti politici e famiglie mafiose la differenza è ben poca. La dittatura rossa ha fatto nascere l’odio nella gente che cresce grazie ad un cieco istinto esistenzialista e alla tremenda povertà economica. Quelli che riuscirono a tenere dentro di sé l’uomo vivo per mezzo secolo, anche se a pezzi, unirono la loro rivolta e uscirono nelle piazze, in una guerra non tra eguali con la dittatura. Cerchiamo qua di non pensare agli infiltrati e a quelli che miravano a potere e denaro. Ma ben presto fu chiaro che le maniere per guadagnarsi il potere partitico e quello statale erano lontane da quelle democratiche. La tribuna di un tempo prese la forma reale di una barricata che divideva la politica mafiosa dalla società albanese che per cinquanta anni si era persa nella valle della morte del comunismo. L’insicurezza e la paura che derivavano da questa situazione provocarono l’espatrio in massa degli albanesi. I principi democratici tanto politicizzati degenerarono velocemente in una guerra mai vista prima dentro la specie per ottenere poltrone e soldi. Non c’è mai stato neanche un caso dove un membro di un clan (di uno dei partiti politici) abbia mai espresso simpatia o rispetto per qualche attività positiva intrapresa da membri del clan rivale. Invece la maniera più banale e sofista è proprio quella del negare. Dall’altra parte membri delle diverse famiglie della mafia politico-statale, che si sente molto più potente della mafia classica, hanno collaborato l’uno coll’altro per ottenere aiuto e difesa reciproca.

Questa mala collaborazione ha registrato il suo picco durante la tragedia del ‘97, dove i socialisti non potevano più di tanto accusare il presidente Berisha perché anche loro erano fortemente implicati in faccende illegali. Per non parlare poi del sistema piramidale, entrambe le “famiglie politiche” continuano a impedire il processo di trasparenza finanziaria a esse connesso, non risulta difficile capire che entrambe hanno avuto i propri vantaggi economici in tutta questa vicenda.

L’Albania manca di cultura politica. Vi esiste una strana paura, indifferenza allo Stato, che fa sì che i cittadini usino solo il voto come unica “arma della democrazia”. Ma capire certi comportamenti della società albanese è più difficile di quello che può sembrare in apparenza. E se i semplici impiegati hanno paura di essere sbattuti per strada e non possono esprimersi contro al “proprio datore di lavoro”, ricordiamo ancora una volta che il Partito vincitore è identificato con lo Stato, cosa impedisce alla grande massa di disoccupati di mettersi contro un sistema malato? Altro elemento che va a confermare la degenerazione della società albanese è la corruzione e la politicizzazione anche all’interno dei sindacati, dove questi esistono. La corruzione economica deriva direttamente da quella politica ed è così che il circolo diventa sempre più vizioso.

Nei lunghi otto anni all’opposizione l’attuale premier Sali Berisha ribadiva continuamente che il problema principale del paese riguardava la corruzione. Si parlava di miliardi di dollari ed euro rubati, di ministri che s’impadronivano dei fondi statali, appalti manipolati che portavano perdite infinite allo Stato e così via. Tutto questo contribuì a riportare al potere quattro anni fa’ nuovamente Berisha, certo non si trattava di sola retorica, la corruzione finanziaria della sinistra, dopo otto anni al potere, fu un fenomeno alla fine accettato anche da essa stessa. Da quattro anni a questa parte le cifre che riguardano la corruzione, saranno pure cambiate, ma non di certo in meglio. Si può per caso pensare di guarire il tutto incarcerando ufficiali, doganieri e altri impiegati pubblici corrotti? La corruzione, si sa, in Albania è oramai una malattia storica. Rubare soldi e beni pubblici non è più un problema morale per la maggioranza degli albanesi ed è questa forse la cosa più grave. Per cercare le radici di quest’anormalità bisogna sempre pensare che si tratta prima di tutto di corruzione politica e poi economica.

In realtà la corruzione finanziaria attira molto di più l’attenzione rispetto a quella politica, perché è ogni giorno sotto gli occhi di tutti. Si tratta di uno spettacolo che viene proposto di anno in anno, ma che non ha attori, non ha nomi, né vittime né facce. Ma tutto questo succede perché alla base di questa corruzione, nella sua origine più profonda, c’è dell’altro. Si tratta di una grave malformazione sociale. È la corruzione politica, il male di tutti i mali dell’Albania, e come già sottolineato essa investe il sistema giudiziario, il business, i media, la società civile, l’amministrazione e arriva fino alle più alte cariche istituzionali dello Stato.

Ogni volta che ci sono delle elezioni e non solo, perché come abbiamo detto la propaganda politica Albanese poggia proprio sulla denigrazione dell’avversario, considerato sempre come causa di tutti i mali, accusare l’altro clan politico come corrotto è pratica comune. Mai una volta si è parlato seriamente della parte invisibile di questo fenomeno e cioè della corruzione politica. Non si tratta di una mania quella di voler dare delle colpe alla politica e ai suoi prodotti, ma va sottolineato ancora una volta e con forza che la corruzione politica oggi è la più alta espressione di corruzione. Si tratta di procuratori nominati per mettere su processi contro i propri avversari politici, si tratta di deputati che rubano i voti o di presidenti nominati grazie a deputati che vendono il proprio voto. Tutto questo quadro sembra non avere più di tanto a che fare con il doganiere che preleva soldi sotto banco o con l’impiegato che cambia la lista dei vincitori negli appalti di turno. Ma pensarla in questo modo è il primo degli errori. Un processo che inizia male dalla testa non può che produrre istituzioni deformate e malvagie, le quali non possono che produrre politiche altrettanto sbagliate.

La corruzione politica ha avuto come conseguenza quasi due decenni di corruzione economica, violazione delle leggi, clientelismo e deformazione morale di un’intera società. La corruzione politica, questa catena cancerogena invisibile, sembra essere la via misteriosa attraverso la quale passa e si consolida il male nazionale, che ha oggi la faccia di uno Stato che manca e quella di altri mille mali. La corruzione politica, regina delle nostre vetrine politiche, ha fatto sì che oggi in Albania non ci siano né istituzioni e né regole di gioco. Ma purtroppo, come scrive Dahrendorf, «non ci sono teorie che ci aiutino ad attuare, o anche solo comprendere, la transizione dal socialismo alla società aperta […] la questione è come instaurare il regime di libertà e ancorarlo saldamente. Il nocciolo del problema sta nelle discordanti scale temporali delle riforme politiche, economiche e sociali necessarie a questo fine»[28].

 

 

 

 

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