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16 ottobre 2009 / lucioulian

su Norberto Bobbio I^ parte

 
 
 
  
 
 
           Propongo il discorso del Presidente della Repubblica per la commemorazione di
 
          Norberto Bobbio, Torino 15 ottobre 2009:
 
 

Torino, 15/10/2009

Testimonianza del Presidente Napolitano alla cerimonia in occasione del centenario della

nascita di Norberto Bobbio

Vorrei che questo mio intervento fosse inteso come semplice testimonianza personale di

un apprendimento e di un dialogo. Un apprendimento, innanzitutto – ma non semplice,

aggiungo, non facile : perché la lezione che Norberto Bobbio poteva offrire a chi si

inoltrasse sulla via dell’impegno nella sinistra politica a cavallo tra gli anni ’40 e ’50

giungeva controcorrente, in antitesi a posizioni prevalenti in quel campo. Posizioni in cui

si rifletteva l’asprezza che la lotta politica stava raggiungendo in Italia, dopo la rottura

dell’unità tra le forze antifasciste e dopo le elezioni del 1948 che avevano segnato una

drastica contrapposizione tra l’alleanza di centro e la sinistra. Un’asprezza inseparabile da

quella della guerra fredda che andava dividendo drasticamente il mondo in due blocchi,

dei quali va ricordata la forte connotazione ideologica.

Ai rischi fatali di antitesi e fratture, ben al di là dei confini italiani, si opponeva da parte di

Bobbio l’"invito al colloquio" : al colloquio per lo meno – egli scrisse nel 1951 – tra gli

uomini di cultura.

Nella sinistra italiana tendevano, in quei primi anni ’50, a pesare sempre di più

dottrinarismi e schematismi ideologici, in stretto rapporto con una scelta di campo nel

confronto mondiale tra i due blocchi. Ma Bobbio ricercò con straordinaria apertura e

sapienza il colloquio con uomini di cultura come Ranuccio Bianchi Bandinelli o Galvano

della Volpe, rallegrandosi poi del fatto che nel dibattito fosse intervenuto anche Roderigo

di Castiglia, come amava firmarsi Palmiro Togliatti.

Sto parlando, com’è chiaro, della straordinaria serie di scritti in cui s’impegnò Bobbio tra il

1951 e il 1954 – partendo dall’incontro con Umberto Campagnolo e con la Società Europea

di Cultura – e che furono quindi raccolti nel volume "Politica e cultura". E la testimonianza

che posso dare è quella della difficoltà di un giovane ormai già schierato e interamente

impegnato nel partito comunista, lettore della rivista Società o de Il Contemporaneo e

naturalmente di Rinascita, a intendere la lezione di Bobbio. Lezione fondamentale in tema

di libertà – di libertà della cultura e di libertà in generale. La difficoltà nasceva

naturalmente da un’adesione acritica alle tesi sostenute dai vertici del partito, ma anche, si

può dire, da un’implicita convinzione che le questioni della libertà fossero state risolte nei

fatti dalla vittoria sul fascismo e fossero state regolate nel modo più impegnativo ed

esauriente con la definizione della Costituzione repubblicana.

La polemica di Bobbio interveniva, invece, a sollevare interrogativi di fondo, a seminare

dubbi, a proporre argomenti complessi, e a farlo dal punto di vista di un uomo di pensiero,

di uno studioso portatore di molteplici valori politici, come ha scritto di recente Revelli –

liberalismo, democrazia, socialismo, federalismo – che avevano caratterizzato da

"ircocervo" il Partito d’Azione. Non era dunque in nome di un bagaglio ideale ostile alla

sinistra, era piuttosto in nome di un dichiarato interesse positivo per le sorti del

movimento operaio e della sinistra, che Bobbio sviluppava il suo discorso, si rivolgeva a

di uno studioso portatore di molteplici valori politici, come ha scritto di recente Revelli –

liberalismo, democrazia, socialismo, federalismo – che avevano caratterizzato da

"ircocervo" il Partito d’Azione. Non era dunque in nome di un bagaglio ideale ostile alla

sinistra, era piuttosto in nome di un dichiarato interesse positivo per le sorti del

movimento operaio e della sinistra, che Bobbio sviluppava il suo discorso, si rivolgeva a

quegli interlocutori.

Era un discorso volto a contestare una serie di semplificazioni e contrapposizioni

fuorvianti – libertà sostanziale, "di fatto", "vera", contro libertà giuridica o formale, libertà

socialista contro libertà borghesi ; un discorso, quello di Bobbio, volto a contestare la

riduzione del concetto di libertà a quello di potere, cioè di potere di esercitare un diritto

altrimenti astratto, e quindi la negazione del valore della libertà come non impedimento.

Dietro le posizioni teoriche che Bobbio metteva drasticamente in questione, si

manifestava – in una parte della sinistra – un’accentuata, prioritaria sensibilità per esigenze

sociali e obbiettivi di riforma delle strutture economiche, ma si coglieva anche, e

chiaramente, la difesa, l’idoleggiamento delle conquiste rivoluzionarie delle società

dell’Est.

Di qui l’affermazione nettissima, da parte di Bobbio, della necessità, egli scrisse, che

"qualunque sia la classe sociale che tenga le chiavi del potere, essa non governi

dispoticamente e totalitariamente, ma assicuri all’individuo una sfera più o meno larga di

attività non controllate, non dirette, non ossessivamente imposte". … La passione che

aveva nel passato animato – parole di Bobbio – la battaglia liberale contro il dispotismo si

era tradotta in istituzioni e principi che egli esortava la sinistra a valorizzare pienamente :

la garanzia dei diritti di libertà – primo fra questi la libertà di pensiero e di stampa – la

divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche ; la

distinzione delle funzioni al servizio del principio di legalità ; la distinzione degli organi

dello Stato al servizio del principio di imparzialità.

Questo messaggio liberale di Bobbio si integrava peraltro con la valorizzazione da parte

sua della democratizzazione dei regimi liberali, con l’impegno per la causa

dell’uguaglianza, della giustizia e del progresso sociale. Un impegno che egli avrebbe,

decenni più tardi, riaffermato con particolare forza all’indomani della caduta del

comunismo. La componente socialista della sua identità di pensiero e politica era

innegabile, confermata nei fatti dalla sua collaborazione col partito che incarnava quella

tradizione.

Nonostante ciò, la sua lezione – torno alla prima metà degli anni ’50 – non veniva

facilmente recepita : né dai massimi custodi dell’ideologia e delle scelte politiche di fondo

della forza maggiore della sinistra italiana, quella comunista, né da generazioni più giovani

di militanti e di intellettuali. Il paradosso stava nel fatto che la lotta politica nel paese, nei

suoi termini concreti, spingeva più che mai la sinistra di opposizione a impugnare la

bandiera della Costituzione repubblicana, della libertà e quindi di principi e diritti che

nello stesso tempo si insisteva sul piano dottrinario a sottovalutare o relativizzare.

Ma la forza di persuasione di un messaggio come quello di Bobbio e la forza di fatti

traumatici come il ventesimo congresso del partito sovietico, cominciarono ad aprire delle

suoi termini concreti, spingeva più che mai la sinistra di opposizione a impugnare la

bandiera della Costituzione repubblicana, della libertà e quindi di principi e diritti che

nello stesso tempo si insisteva sul piano dottrinario a sottovalutare o relativizzare.

Ma la forza di persuasione di un messaggio come quello di Bobbio e la forza di fatti

traumatici come il ventesimo congresso del partito sovietico, cominciarono ad aprire delle

brecce, a imporre delle revisioni, a cui altre sarebbero seguite negli anni e nei decenni

successivi. Fu un’evoluzione lenta, faticosa, e quella lentezza, con il suo contorno di

ambiguità, sarebbe stata pagata dalla sinistra e dal paese. Per me personalmente,

apprendere la lezione di Bobbio fu determinante, anche perché mi sarebbe poi apparsa

condurre verso l’orizzonte della socialdemocrazia europea.

Ne trassi, soprattutto, idee-guida, ispirazioni e valori che sarebbero andati molto al di là di

riflessioni ed esperienze interne a una parte politica, per sfociare in una visione più matura

dei problemi della democrazia italiana e delle sue istituzioni. Problemi che emersero nella

stagione – di cui pure, come ho detto all’inizio, desidero oggi dare testimonianza – del mio

dialogo più diretto e ravvicinato con Norberto Bobbio. Quel dialogo si infittì a partire

dall’inizio degli anni ’80, dopo la scomparsa di un mio essenziale punto di riferimento

politico, e interlocutore privilegiato di Bobbio, Giorgio Amendola.

Giorgio non solo apparteneva alla stessa generazione di Norberto, ma era "molto legato" –

come qualche anno dopo la sua morte Bobbio ricordò – "alla tradizione antifascista

torinese", e non cancellò mai del tutto dalla sua formazione il filone di liberalismo

democratico impersonato da Piero Gobetti, né tantomeno "l’insegnamento di suo padre,

che di quella corrente di democrazia liberale era stato" (scrisse sempre Bobbio) "un teorico

e un coraggioso combattente".

Io, pur appartenendo a una generazione molto più giovane e non avendo "titoli storici" per

dialogare con Norberto Bobbio, cercai quel dialogo in nome del crescente rilievo, ormai,

delle mie responsabilità politico-istituzionali e in continuità con quel precedente processo

di faticoso apprendimento di cui ho parlato poc’anzi. E mi trovai a mio agio, così come nel

dialogo con altri di me più anziani – per fare un solo nome, Altiero Spinelli. Mi trovai a

mio agio per un motivo che credo possa considerarsi fondato e che è questo : ci sono tra

una generazione e l’altra, spesso, profonde cesure, ma non così tra la generazione di quanti

vedemmo cadere il fascismo e concludersi la guerra, e l’Italia pagare il prezzo terribile

della dittatura, del conflitto più distruttivo e della sconfitta, e la generazione che si era

formata negli anni ’20 e temprata nell’antifascismo, la meravigliosa generazione dei

maestri e compagni di Norberto Bobbio. Non ci fu cesura tra le nostre generazioni, ma

saldatura ideale come raramente accade, e possibilità di dialogo nella misura consentita

dalle vicende della vita e della morte dei singoli.

Così, scelsi di sollecitare Bobbio a scambiarci opinioni su vicende politico-parlamentari e

poi, nel corso di tutti gli anni ’80, sempre di più, sul travaglio in atto nella sinistra italiana e

sull’esito cui esso avrebbe potuto auspicabilmente giungere. Nel luglio del 1984 Bobbio

era stato nominato dal Presidente Pertini senatore a vita, e avevamo così occasione di

incontrarci anche a Montecitorio quando il Parlamento si riuniva in seduta comune (ad

esempio, nel 1985, per l’elezione del Presidente della Repubblica, che sfiorò anche la

poi, nel corso di tutti gli anni ’80, sempre di più, sul travaglio in atto nella sinistra italiana e

sull’esito cui esso avrebbe potuto auspicabilmente giungere. Nel luglio del 1984 Bobbio

era stato nominato dal Presidente Pertini senatore a vita, e avevamo così occasione di

incontrarci anche a Montecitorio quando il Parlamento si riuniva in seduta comune (ad

esempio, nel 1985, per l’elezione del Presidente della Repubblica, che sfiorò anche la

persona di Bobbio). All’indomani di quella nomina, egli mi scrisse del disagio di dover

"prendere una parte più attiva alla vita politica, che mi pare sempre più caotica e nella

quale non so bene che parte prendere".

 

 
  
 
 
 
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